Gestire tempo e spazio per far evolvere la creatività.

Questo articolo prende spunto da un intervento che ho tenuto all’Accademia di Belle Arti di Roma per l’evento In Out, al quale ero stato invitato dal mio ex professore Enrico Pusceddu per discorrere sul tema: “Riflessa Mente, Tempo, Spazio ed Evoluzione”. In quell’occasione ho raccontato come una gestione più consapevole del mio tempo e dei miei spazi abbia avuto come risultato una crescita artistica e professionale.

Ho deciso quindi di riprendere l’ argomento per razionalizzare e fissare alcuni concetti che ritengo di grande importanza.

Sperando che quanto segue possa aiutare qualcuno a risolvere difficoltà legate all’approccio di progetti complessi, laddove le sole capacità artistiche e tecniche non bastino.

QUESTIONE DI RITMO

Negli ultimi cinque anni, nonostante le mie abilità siano rimaste sostanzialmente invariate, ho notato che la qualità e soprattutto la complessità dei miei lavori, è aumentata.

Questo miglioramento è dovuto in parte alla pratica e all’esperienza, ma in maniera più determinante alla maturazione di un metodo che ha consentito di esprimere a pieno il mio potenziale.

Infatti, di fronte a certe incognite, relative alle possibilità e alla metodica di svolgimento di un progetto, mi ritrovo ancora oggi con le stesse perplessità di sempre, ma con la differenza di essere consapevole di poter superare qualsiasi ostacolo.

La chiave è sempre stata li e non era nulla di complicato o mistico, è bastato impostare un ritmo lavorativo più corretto, insieme ad un approccio emotivo più funzionale.

Nelle prossime righe capirai come e perchè.

LA PRESA DEL MOLOSSO

Il mio modo di lavorare era di tipo “stacanovista”: davo priorità assoluta al compito da svolgere, mettendo in secondo piano tutto il resto.

Cercavo di restare concentrato sullo stesso progetto il più possibile, anche per l’intera giornata, e preferivo finire un lavoro prima di iniziarne un altro.

Anche nel tempo libero non riuscivo a staccare mentalmente: continuavo a pensare al da farsi, convinto che “rimanere sul pezzo” costantemente mi avrebbe aiutato.

Il progetto era il primo pensiero al mattino e l’ultimo prima di andare a letto.

Dormivo male e, per molto tempo, ho creduto che fosse la luce del monitor a rovinare il mio bioritmo. In realtà la causa era quella che io chiamo “la presa del molosso”.

Questa situazione è andata avanti finché non ho notato che, paradossalmente, le idee migliori arrivavano mentre facevo altro: durante una passeggiata, sotto la doccia o mentre facevo la spesa.

A quel punto è nato in me il sospetto che le pause fossero funzionali. Ho iniziato quindi a prenderne di più, cercando di combattere quella resistenza interiore a “mollare la presa”, tipica del mio modo di fare.

DEFORMARE LO SPAZIO-TEMPO

All’inizio è stato difficile, ma presto ho avuto la conferma che ogni volta che facevo una pausa, spostando davvero l’attenzione altrove, al ritorno sul progetto riuscivo a risolvere in un attimo blocchi che, poco prima, sembravano insormontabili.

Riuscivo a fare in pochi minuti ciò che avrei fatto in ore di lavoro, e a completare in un giorno quello che avrebbe richiesto una settimana, con una drastica riduzione degli errori.

Vista l’esperienza più che positiva, ho deciso di portare questo concetto all’estremo, inserendo mansioni personali tra un lavoro e l’altro, mescolando così vita privata e professionale.

In altre parole, ho fatto ruotare la mia vita intorno al lavoro senza comprometterla, ottenendo in cambio risultati sorprendenti sui miei progetti.

E intanto mi chiedevo come fosse possibile tutto questo.

MANGIA, PREGA, AMA

Il motivo era semplice: il cervello si comporta come un muscolo. Se lo sforzi troppo, le prestazioni calano; dopo il riposo, tornano normali.

Sembra una cosa ovvia, ma in passato tendevo a considerare i processi mentali come qualcosa di metafisico, non realmente influenzabile da fattori come la stanchezza.

Ora so che, al contrario, la qualità dei ragionamenti è fortemente legata allo stile di vita che seguiamo, perché il pensiero è il risultato di processi biologici e, in quanto tale, performa in base allo stato di salute del sistema che lo genera.

Capire il funzionamento del nostro cervello è fondamentale per averne cura e sfruttarlo al massimo.

Ad esempio, una cosa che per me ha fatto la differenza è stato comprendere che il cervello è suddiviso in aree cognitive che svolgono compiti diversi e che, durante l’esecuzione di un’attività, alcune lavorano mentre altre restano inattive.

Così ho realizzato che attività di tipologia differente possono essere eseguite in successione, perché mentre un’area cerebrale è affaticata da un compito prolungato, altre sono già pronte per occuparsi di qualcosa di diverso.

Ecco svelato il motivo per cui, alternando lavoro e mansioni personali, avevo incrementato la mia efficienza e allo stesso tempo, compreso che dedicarsi a più progetti nello stesso giorno, se diversi tra loro, è più vantaggioso che concentrarsi su uno solo.

Così sono passato da un ritmo:

progetto → pausa → progetto

a un ritmo:

progetto1 → progetto2 | pausa | progetto1 → progetto2.

COME LA AI

Un cervello riposato lavora in modo efficiente, questo lo abbiamo capito. Ma ho notato che a volte accade qualcosa di più.

Mi capita infatti, a mente fresca, di trovare soluzioni istantanee a problemi complessi che il giorno prima, soprattutto a fine giornata, mi sembravano insormontabili. In queste occasioni riesco a individuare subito una soluzione, senza dover passare per test e sperimentazioni: in poche parole, ho un’“intuizione”.

L’intuizione è un fenomeno sorprendente: è una forma di conoscenza immediata e improvvisa.

È un processo che, a mio avviso, ricorda il funzionamento delle intelligenze artificiali come ChatGPT o Gemini, che, poste di fronte a un quesito, esplorano simultaneamente più possibilità di risoluzione, supportate da un’enorme potenza di calcolo. Mi viene da pensare che anche noi siamo in grado di fare qualcosa di simile.

L’intuizione è come un “superpotere” che consente di esprimere pienamente le nostre potenzialità.

Uno strumento incredibile che, però, tendiamo a considerare fuori dal nostro controllo, perché non sappiamo se arriverà o quando arriverà.

Questo, in parte, è vero: non possiamo garantirci un’intuizione. Possiamo però creare le condizioni affinché avvenga, grazie al riposo.

STAI SERENO

Il riposo non è l’unico fattore determinante nella qualità delle nostre prestazioni: altrettanto decisiva è la serenità.

Non sottovalutare il potere dell’essere sereni.

Hai presente quei momenti di pressione, come durante un’interrogazione o un esame universitario, in cui ti sfugge una parola cruciale che conosci benissimo e che ti torna in mente solo qualche istante dopo, quando ormai è troppo tardi?

Ecco, questo è ciò che può accadere quando non si è sereni.

Il cervello sotto stress lavora in modo caotico e meno efficace: non riesce ad attingere pienamente alle tue conoscenze né a eseguire semplici operazioni.

Per questo la serenità è fondamentale nel lavoro, tanto quanto il riposo.

La serenità, ovviamente, dipende da molti fattori. Ma restando nell’ambito professionale, ce n’è uno che, a mio avviso, è particolarmente determinante: la paura o l’ansia di non essere all’altezza di un compito.

Anche quando si hanno tutte le carte in regola, e quindi in assenza di motivazioni razionali, queste emozioni possono compromettere parzialmente o del tutto la riuscita di un progetto. È successo a me più e più volte.

Ma paure e ansie possono essere disinnescate grazie alla fiducia che l’intuizione arriverà in nostro supporto.

È solo una questione di metodo.

FUOCO DI SUPPORTO

Cosa c’è oltre all’intuizione? Quali altri strumenti abbiamo per affrontare al meglio i nostri progetti?

L’intuizione è fondamentale nelle fasi iniziali, quelle di approccio e di studio, e quando subentra un problema imprevisto che cambia le carte in tavola.

Ma nelle fasi esecutive, quando si mette in pratica ciò che è stato intuito, cosa viene in nostro supporto?

In questi casi entra in gioco il focus.

Il focus è la capacità di concentrare l’attenzione su un elemento preciso, evitando distrazioni. È lo strumento che consente di eseguire correttamente una performance.

Attraverso il focus si dedica la giusta attenzione a ogni singolo passaggio, con un conseguente aumento della velocità e della precisione di esecuzione.

Una cosa che ho imparato negli ultimi anni è che ogni step conta. Ogni passaggio è importante quanto quello precedente e quanto quello successivo. Trascurarne uno, senza dargli il dovuto focus, può trasformarsi con molta probabilità in una futura perdita di tempo: errori da correggere, lavoro aggiuntivo, o addirittura la necessità di tornare indietro e rifare tutto.

Possiamo fare una similitudine con i processi industriali automatizzati, in cui le macchine eseguono una sequenza di operazioni che portano alla creazione di uno o più prodotti. In quel contesto, ogni fase viene svolta in modo preciso e costante, senza variazioni. Alle macchine non si chiede di saltare passaggi per andare più veloci: al massimo si aumenta il ritmo o si ottimizzano i processi.

Noi, certo, non siamo macchine, e non dobbiamo esserlo, ma non riesco a trovare un parallelismo migliore per passarti il concetto di efficienza.

Per questo, nella mia esperienza, quando si ha fretta non ha molto senso saltare i passaggi. È meglio eseguirli correttamente, anche più velocemente, ma restando focalizzati.

L’ottimizzazione dei processi, invece, non è qualcosa che si possa improvvisare su due piedi. Ma come abbiamo già detto, non ci sono limiti all’intuizione.

Quindi, quali sono le regole del focus?

Il focus si comporta come una presa: è come stringere qualcosa senza farla sfuggire. Più siamo stanchi, più la presa si indebolisce. Più a lungo cerchiamo di mantenerla, più diventa difficile farlo.

In pratica valgono le stesse regole che abbiamo già enunciato, perché il focus è un’azione del cervello.

Anche in questo caso, l’alternanza tra lavoro e riposo fa la differenza.

Il ritmo è la chiave.

TIENI IL TEMPO

In generale, è consigliato fare una pausa di 15 minuti dopo ogni ora di lavoro e una pausa più lunga, di almeno un’ora, ogni quattro ore, alternando, quando possibile, tipologie diverse di attività.

Inoltre, è preferibile non prolungare una fase di studio oltre le quattro ore complessive, anche se intervallate da pause, perché lo studio è particolarmente dispendioso in termini di energie mentali.

Le fasi esecutive, invece, possono essere protratte più a lungo. L’importante è non dimenticare i propri spazi e mantenere pause regolari.

Per fare un esempio concreto: se in un periodo avessi due progetti da portare avanti, entrambi composti da fasi di studio e fasi esecutive, organizzerei le mie giornate lavorando a entrambi ogni giorno, intervallandoli con una pausa lunga di 60 minuti e alternando fasi di studio di tre quarti d’ora a fasi esecutive di tre quarti d’ora, con pause brevi di 15 minuti.

Per chiarire meglio il ritmo, ecco uno schema:

p1 studio | -15min- | p1 studio | -15min- | p1 esecutivo| – 15min- | p1 esecutivo

— 60min —

p2 studio | -15min- | p2 studio | -15min- | p2 esecutivo | – 15min- | p2 esecutivo

In questo modo otterrò il massimo risultato possibile: mi basterà tenere il tempo.

PRENDIAMOCI UNA PAUSA

Ma in cosa consiste una vera pausa ristoratrice?

A questo punto avrai capito che si tratta di qualsiasi attività completamente diversa da quella lavorativa.

Ogni scusa è buona per staccare dal lavoro.

Io, ad esempio, come ti accennavo, tra un progetto e l’altro inserisco semplici mansioni quotidiane, quelle che normalmente si accumulano a fine giornata o nel weekend. Così facendo non solo mi riposo, ma, ottimizzando, alleggerisco il carico e miglioro la qualità della mia vita.

È logico che sia preferibile dedicarsi a ciò che più ci piace, ma non sempre è possibile.

Comunque, a mio avviso, le attività più rigenerative sono la power nap (detta anche pennichella) e l’attività fisica. Esistono evidenze scientifiche secondo cui brevi sonnellini diurni e l’esercizio fisico migliorano le funzioni cognitive. Non a caso, sempre più aziende si stanno attrezzando con palestre e nap room a disposizione dei propri dipendenti, utilizzabili durante la giornata.

So cosa stai pensando: “Per quanto le aziende possano essere attente alla salute dei propri dipendenti, e per quanto si stiano adeguando con iniziative di smart working e maggiore autonomia, solo un libero professionista può determinare davvero la tipologia e il ritmo delle proprie pause. Questo non è possibile per chi fa un lavoro dipendente.”

È un’osservazione corretta, che ci fa capire quanto il nostro sistema lavorativo non sia a misura d’uomo. Ma ti invito a riflettere su una cosa: se una pausa può assumere forme diverse, allora le possibilità sono molteplici.

A ben vedere, non posso fare a meno di notare che ero più incline a concedermi pause quando lavoravo in azienda di quanto non lo sia ora.

Inoltre, avevo più distrazioni, interagivo dal vivo con altre persone ed ero costretto a rispettare degli orari.

Nel mio studio sono solo, nel silenzio dei miei progetti, senza particolari pressioni e con l’intera giornata davanti. E così, quegli stimoli che allora percepivo come limitanti, caotici e spesso indesiderati, oggi mi sembrano pause.

NO GAIN WITH PAIN

All’inizio della mia vita da freelance, il lavoro era totalizzante. La giornata era un foglio bianco che non sapevo riempire con altro se non con i miei obiettivi professionali. Forse per via della voglia di mettermi in gioco, di fare la differenza, di “mordere il mondo”, unita a una mentalità imbevuta della cultura tossica del “no pain, no gain”, ovvero: “non c’è risultato senza sofferenza”.

Questo modo di pensare, tipico della società in cui vivo, aveva fatto maturare in me la convinzione che senza sacrificio e sofferenza non potesse esserci alcun risultato. Un concetto vero, anche se non in modo assoluto, che porta a collegare sofferenza e risultato, lasciando intendere che non possa esistere l’uno senza l’altro e che siano direttamente proporzionali.

A mio avviso, il rischio è che, a lungo andare, i due inizino a confondersi, fino al punto da non provare soddisfazione per risultati non sofferti, a percepire risultati maggiori di quelli reali a fronte di grandi sforzi o, peggio ancora, a vedere risultati dove in realtà non ce ne sono, solo perché ci si è impegnati molto.

Mi viene il sospetto che questo modo di pensare sia un retaggio di epoche passate: un’attitudine alla vita che ricorda gli ordini monastici, dove la sofferenza e la privazione erano viste come mezzi di elevazione spirituale.

O forse, più semplicemente, è un’eredità di origine contadina, visto che nei campi, fatica e sofferenza erano una costante.

È ora di andare avanti!

Se anche tu sei come ero io, se per te la dedizione estrema al lavoro, fino a sfiorare la sofferenza, è l’unico modo di affrontare i progetti, allora ti consiglio di prenderti una pausa da questo approccio. Perché la verità è che non c’è “gain” in “pain”: non c’è guadagno nella sofferenza.

Così facendo, stai rischiando di non lasciare emergere il tuo vero potenziale.

PARADOSSI

Infine, ti lascio con alcune frasi che possono sembrare giochi di parole, ma che racchiudono un grande significato e che, da un po’ di tempo a questa parte, sono diventate il mio mantra:

Svolgere un progetto artistico è come far crescere una pianta. Non si dà fretta a una pianta e non le si dà più acqua di quanta ne serva. Ma per mezzo dell’intuizione fiorirà prima.

Il progetto più rapido che porterai a termine è quello che intuirai non poter essere realizzato.

Se salti i passaggi per accorciare i tempi, finirai per arrivare prima, ma in ritardo.

Quando hai fretta e credi di non avere tempo, è proprio il momento di prenderti una pausa.

Un progetto è finito quando finisce. E se, quando pensi di aver finito, non è concluso, allora sei all’inizio della fine o a un nuovo inizio.

Ti auguro buone intuizioni e che il focus sia con te!

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